La tenda diafana si alza
come una piuma incantata che ignora la gravità.
Non sventola ma sussurra
e offre il fianco al vento come pelle che conosce il brivido
prima ancora del tocco.
Si gonfia senza chiedere
come fa il cuore quando non si difende.
C’è una timidezza nobile in quel movimento
un pudore che danza con la trasparenza
e dice più del mostrarsi nudo.
Ogni lembo si curva e si tende.
E in quell’oscillare tra dentro e fuori
c’è tutta la grammatica della nostalgia
la spinta ad uscire
ma anche il richiamo a restare.
La luce vi filtra senza urgenza
si spezza in riflessi dorati
che accarezzano il pavimento come pensieri
troppo leggeri per diventare voce.
La tenda si piega, si svuota e si ritira.
Non per stanchezza
ma per lasciar spazio al prossimo alito
come chi ha imparato l’arte sottile
di non trattenere nulla.
E io la guardo
e sento nel petto
quella stessa resa elegante
quella stessa fiducia cieca
in qualcosa che non si vede
ma che muove tutto.